tham bun

(... dandosi da fare con la vita.)

Chi desidera essere avvisato
via e-mail dei nuovi post, mi
mandi un messaggio con il testo
"avvisami":
Paolo Cavallo

Archivi

oggi
ottobre 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004

 

Bottoni

Contatore

visitato *loading* volte

 
domenica, 08 ottobre 2006

Commiato

È passato molto tempo, e certamente la maggior parte delle persone che hanno visitato finora questa pagina sono già convinte di quello che vengo ad affermare esplicitamente: che questa esperienza, questo tentativo di comunicazione, è ormai concluso.
Sono varie le ragioni per le quali arrivo a questa decisione. Una, particolarmente importante, ha a che fare con il motivo che mi ha spinto in primo luogo a dare inizio a questa piccola impresa lunga due anni. Due anni fa ero alla ricerca di una strada per interrompere un silenzio — a propriamente parlare un'impotenza — di cui capivo male le cause e che mi provocava una sofferenza sempre meno sopportabile. Scrivendo gli interventi che avete letto finora mi proponevo molti e confusi obiettivi, ma soprattutto tentavo di scavare nelle difficoltà in cui restava sprofondata la mia capacità di rivolgermi agli altri.
Questa è stata, insomma, un'operazione anche, forse soprattutto terapeutica. Non posso dire che la guarigione sia nel frattempo intervenuta. Ma è cambiato un aspetto decisivo: adesso io so che di guarire si tratta. Questa consapevolezza ridispiega le mie preoccupazioni, le mie risorse. Non posso sfruttare una continuità che si è davvero interrotta. Devo finire ciò che ho cominciato in un particolare spirito, e sperare di dare inizio, con uno spirito diverso, a qualcosa di nuovo.

Un'altra ragione per salutarvi "cerimoniosamente" è legata al viaggio a cui accenno negli ultimi interventi, e che oggi mi sta alle spalle, eppure ancora mi circonda e mi interroga. Per tutto il viaggio mi sono chiesto quale fosse il rapporto fra esso e il resto della mia esistenza. Mi sembra di potere rispondere a questa domanda soltanto scrivendo; ma il viaggio è stato un'avventura articolata, complessa, sfuggente: non possono bastare degli appunti, è doveroso uno sforzo maggiore.
Così interrompo e concludo questo giornale per provare a scrivere qualcosa di diverso, magari una specie di libro. So di non poter fare le due cose allo stesso tempo. Devo fissarmi dei vincoli, impormi una disciplina, impedirmi delle scappatoie. Ci sono dei momenti in cui l'essenziale è semplificare, e questo è uno di quelli.
Poiché è per amore del mio viaggio che vi saluto, desidero farlo con un testo che ne parla. Non è un testo importante, è soltanto un messaggio di porta elettronica scritto per L.M., una studentessa che mi ha chiesto, inaspettatamente, "mi racconti del suo viaggio..." Copio di seguito alla lettera quello che le ho scritto. E auguro di cuore buona fortuna a voi tutti. Grazie.
Paolo Cavallo

"OK, Bologna-Roma-Bangkok-Yangon, che poi sarebbe la capitale della ex-Birmania, ora Myanmar. Non so come te la immagini, tu, una città birmana: è grande, sporca, calda, umida, gentile, un reticolo rettangolare di strade numerate come a New York, pezzi di bosco di palme e ciuffi di grattacieli, un fiume largo che sembra un lago e due laghi propriamente detti, mercati che vanno avanti per isolati interi e vendono ogni cosa si vendesse da noi un secolo fa e un sacco di cose che noi non abbiamo mai visto. Solo qualche raro studente universitario porta i jeans, altrimenti tutti, anche gli uomini d'affari con impeccabili camicie bianche, portano al posto dei pantaloni il longi, un rettangolo di stoffa che ti avvolgi intorno a cilindro e che ti arriva alle caviglie. Tutte le donne si applicano sulle guance una pasta terrosa con cui si fanno dei cerchi grigi un po' tribali, ed è difficile evitare l'imbarazzo di fronte a una funzionaria in aeroporto conciata così.
"Noi per un po', inevitabilmente, abbiamo continuato a cercare quello che conoscevamo già, che so, la ricchezza travolgente di Bangkok, la tranquillità di paesino sul fiume di Vientiane, la calma fuori dal tempo di Louang Prabang, l'allegria multietnica di Chiang Mai. Inevitabilmente restavamo disorientati. Un ufficio postale che sembra una spelonca non lo avevo visto neppure a Kathmandu; e qui tutti masticano il betel e lo sputano a ogni passo, in tutti gli angoli ci sono le macchie rosse che sembrano sangue, su qualche parete sembra che abbiano appena eseguito una fucilazione...
"Soltanto un paio di giorni dopo, a Mandalay, abbiamo trovato la nostra personale via d'accesso, diversa da tutte le altre vie trovate in tutti gli altri paesi. La nostra via si è chiamata Zaw Zaw e fa il conducente di trishaw nelle strade della città. Ci ha trovati lui, a essere sinceri, mentre ci aggiravamo sotto il sole a picco cercando pateticamente di rintracciare i locali di cui parlava la nostra guida. Io di solito i trishaw li mando via, anche perché mi imbarazza da morire farmi portare in giro da uno che pedala a più non posso sudando come una fontana. Ma eravamo molto smarriti e Zaw Zaw era molto gentile, discreto, preciso. Aveva come tutti gli altri un trishaw fatto da una bicicletta con uno strano carriolino attaccato di fianco e formato da un seggiolino voltato in avanti e uno voltato all'indietro, schiena a schiena. Siamo saliti, io davanti, Gloria dietro, e ci siamo fidati di Zaw Zaw. Fortunatamente.
"Perché lui ci ha portato a destinazione, Paya dopo Paya (sono i monumenti tipici del buddhismo birmano, affusolate campane dorate alte come palazzi di parecchi piani). Ci ha aiutato a fare le escursioni nelle città vicine. Ci ha fatto vedere i mercati e la questua delle monache novizie, bambine e ragazze rasate altere e vestite di rosa, che la sera cantano come angeli.
"Ma soprattutto ci ha permesso di arrivare a toccare con la punta delle dita la cosa più bella che potevamo incontrare, un popolo di una gentilezza struggente, povero, oppresso da una dittatura ignobile, e capace di parlarne senza invidia e senza umiliazione. Gloria mi ha raccontato che lei, che ha viaggiato all'indietro per giorni attraverso le strade di Mandalay, viaggiava in mezzo ai sorrisi, con gente che la vedeva passare e fermava per un attimo il carretto pesantissimo che trascinava e le sorrideva. Senza chiederle nulla. Per il piacere di mostrare ospitalità a un viso sconosciuto..."

martedì, 11 luglio 2006

Come una lettera

Caro Gianni,

hai ragione, "qualcosa in più avrei potuto scrivere." Posso soltanto scusarmi dicendo che ho scritto l'ultimo post in un'ora che in realtà non avevo. Figurati allora se ho questa in cui ti rispondo in pubblico. Sarò ancora meno chiaro del solito. Grazie della pazienza, tua e degli altri che passano ogni tanto di qui.
La questione è, in che senso per la fisica la luce è soltanto un'onda elettromagnetica — così come la voce che mi chiama e mi dà felicità è soltanto una somma di vibrazioni sinusoidali, e questo che chiamiamo mondo è soltanto un pianeta fra tanti che orbita attorno a una stella gialla affatto comune. Io mi chiedo se debba essere necessariamente così. E tu mi chiedi, mi sembra, con una certa giustificata impazienza, se io non stia mettendo da parte troppo in fretta l'immenso lavoro intellettuale che quel soltanto nasconde — "come la punta di un iceberg", scrivi tu — e se non stia ignorando l'emozione che dà l'essere capaci di decifrare questo aspetto della luce e di collegarlo con altri di altri fenomeni, un'emozione che, per te come per me, non è più povera di quella che dà la luce di un tramonto striato d'indaco.

Ci sono però due aspetti, a mio parere, che rendono quel soltanto problematico. Per essere più chiaro, e perché tu non debba accusarmi di nuovo di "reticenza", sarò ancora più schematico del solito. Sono domande, le mie, lo sai bene. Sono il tentativo di arrivare ad afferrare un pensiero che in qualche modo so di star già pensando: altrimenti avrei già voltato le spalle alla scienza, che pure mi emoziona. Ma anche alla poesia, all'arte. Perché anche la poesia sembra troppo spesso che tratti il mondo e la vita soltanto come occasioni della sua particolare versione della Verità Oggettiva: la Bellezza, l'Imperituro.

  1.  "La luce è soltanto un'onda elettromagnetica" suggerisce, da una parte, che la luce non sia altro che un caso particolare in un'infinito spettro di possibili. Mentre per noi, per la nostra vita concreta e passeggera nel mondo, il colore della luna bassa sull'orizzonte ha una rilevanza che lo rende unico, sembra — di nuovo il mio "sembra", che riassume tanti imbarazzi, tante difficoltà anche nel raccontare la scienza, nell'invitare gli studenti ad essa — sembra che la teoria ci imponga di restare indifferenti a ogni pretesa di significato, ci chieda di immaginare l'insieme infinito delle lune di infiniti colori possibili, di sacrificare sull'altare della Verità ciò che per noi è decisivo, il fatto che siamo proprio noi ad essere qui, che quella è la luna che tocca a noi, e che questo colore per me esiste davvero, non i non colori che si stendono senza fine ai due estremi dello spettro elettromagnetico.
  2. L'altro aspetto di quel "soltanto" è che esso viene dalla insuperabilità di un'ultima parola. Non ha importanza quale percorso intellettuale ti abbia condotto a porti determinate domande, non ha importanza quali effettivi atti di comprensione tu abbia dovuto compiere per arrivare a questo punto: la spiegazione della luce come un'onda elettromagnetica era qui da sempre, ti aspettava come l'esito inevitabile e smemorato dell'evoluzione di qualsiasi sistema chiuso. Perché la teoria si presenta appunto come un sistema chiuso, nel suo stato finale, irreversibile. La teoria è già lì. È la teoria la realtà; e quella che chiamiamo tale, la nostra vita, le nostre percezioni, gli eventi e le cose, sono accidenti, contingenze, casi particolari.

Caro Gianni, sii paziente, cercherò ancora di arrivare a capire che cosa vorrei dire.
Tuo, P

 

sabato, 08 luglio 2006

Colloquio

Gli esami di stato sono terminati — fra piccole miserie e brevissimi lampi di coraggio, di semplice amore per ciò che si ha da dire — ma non ho il tempo neppure ora di scrivere con calma, è già vicinissima la data della partenza per un viaggio che ci porterà lontano e che, spero, come altre volte, rimescolerà le carte, suggerirà che si possa cominciare da qualcosa di completamente diverso.
A succedersi, in modo francamente affannoso, ma francamente non so se potrebbe poi davvero andare in un altro modo, a succedersi sono due delle più intense forme di relazione con il mondo che io sia riuscito a provare. Le due più intense, se metto da parte la prima, che non ho bisogno di nominare. L'insegnamento e il viaggio. Imparare, a occhi ben spalancati, e permettere che altri imparino. Pormi volontariamente in una condizione quasi inerme e infantile, in cui mi sembra già motivo di gioia essere riuscito a riconoscere, nella conversazione fra due passanti, la parola grazie; oppure accettare il ruolo di chi "sa tutte le parole", "ha letto tutti i libri", e ha come compito decifrare lo smarrimento altrui e trasformarlo in occasione di curiosità e di sorpresa. Sforzarmi di produrre l'emozione della sorpresa o espormi a essere sorpreso fino allo stordimento.
Partendo, simulo l'emozione che proveranno i ragazzi delle prime classi quando un insegnante di cui non sanno ancora nulla entrerà per la prima volta in un'aula che non considerano ancora la propria. (Mi ricordo, lo scorso settembre, le dita di S.B. che stringevano forte quelle della compagna di banco, per la paura di incontrare il nuovo professore di matematica...)
E va bene così, naturalmente.

Gli esami sono finiti, insomma. Fra tutti i "colloqui" a cui ho assistito negli ultimi giorni, il più bello è stato certamente quello di A.S.: un ragazzo colto, intelligente, capace di sorridere con sincera simpatia; e che ci ha fatto il regalo di provare davvero a dirci qualcosa che gli stava a cuore dire.
Il "percorso interdisciplinare" di A.S. portava come titolo Due possibilità di approccio all'"ente". Neanche fosse Gregory Bateson all'inizio di Mind and Nature, A. ha appoggiato sulla cattedra uno strano involto di seta bianca — dopo mi ha detto, Sa, prof, è una stola cerimoniale tibetana, insomma, forse vi siete fatti un'idea del "candidato" — lo ha aperto e ha mostrato un grande cristallo di quarzo trasparente. Poi ha iniziato: Ci sono due modi per mettersi di fronte a questo oggetto...
I due modi, naturalmente, sono costituiti dall'approccio analitico, "scientifico", che riduce il cristallo alle sue simmetrie, proprietà ottiche, parametri di densità, di durezza, e così via; e dall'approccio che A. definiva empatico, e che potremmo dire estetico, capace di dare senso al senso che il cristallo sembra avere per noi, alla sua bellezza, all'emozione che suscita in noi. E poiché insegno in un Liceo Classico, posso soltanto essere grato ad A. per la gentilezza con cui si limitava a proporre una sorta di equilibrio fra i due atteggiamenti, invece di liquidare senz'altro il primo come "sterile e inadeguato".
Ho ascoltato con interesse il discorso di A., l'ho difeso volentieri dagli interventi riduttivi di qualche collega, e ho aspettato con pazienza il momento opportuno per fargli la mia domanda.

Ho chiesto ad A. di parlarmi della scoperta dell'induzione elettromagnetica da parte di Faraday e dell'interpretazione che Faraday stesso ne diede in termini di campo. Ero tranquillo, sapevo che A. era capace di rispondermi, di raccontarmi delle correnti indotte che nascevano dal nulla in un primo circuito quando Faraday nelle vicinanze ne apriva e ne chiudeva un secondo; e di spiegarmi come Faraday visualizzasse invisibili linee di campo, che dal secondo circuito si intrecciano con il primo, creando un flusso, la cui variazione dà origine alle correnti...
A questo punto ho potuto fare ad A., e a me stesso, che capivo fin troppo bene le cose di cui parlava, la mia domanda: Senza gli strumenti dell'analisi e della misura, Faraday non sarebbe rimasto cieco a una dimensione del fenomeno, che nessun approccio puramente "empatico" poteva permettergli di scoprire? Non è appunto la scienza, in una situazione come questa, che permette di vedere l'invisibile? Che dice le cose come le cose stesse sembrava che non sapessero di essere?
A. mi ha preso sul serio, mi ha dato la soddisfazione di non darmi ragione e di provare a ribattere. Ma se pensiamo, ha obiettato, alla teoria di Maxwell delle onde elettromagnetiche, vediamo che questa mette da parte tutta la ricchezza empirica della luce, dei colori, della visione. Per Maxwell, ha protestato A., la luce non è altro che un'onda elettromagnetica.
Penso che lotterò a lungo con questo "non è altro che". Ho l'impressione che qui stia un nodo decisivo. Se la scienza crea così facilmente difficoltà a chi cerca di conservare l'esperienza immediata e naturale del senso del mondo, non è perché essa dica che nella luce si possa riconoscere un'onda elettromagnetica, ma perché essa sembra dire che la luce non è altro che questo. La comprensione della scienza non si aggiunge a quella che già abbiamo conquistato, ma la sostituisce e la rende inutile. O così sembra proprio che faccia. A meno che noi, che io, che la insegno, non riesca a fare meglio il mio lavoro.

domenica, 18 giugno 2006

Riassunto

Ho interrotto la pubblicazione dei miei testi perché non trovavo più le energie per formare dei pensieri sensati e per metterli per iscritto. L'interruzione mi ha permesso di non pensare più al valore dei miei pensieri, e di occuparmi soltanto di esprimerli in una scrittura privata — privata soprattutto di ogni responsabilità pubblica. Mi sono restituito in questo modo la libertà di pensare; detto in altri termini, mi sono permesso il lusso di disperare perfettamente dell'utilità delle mie riflessioni, e così ho finalmente restituito loro il diritto — o il coraggio — di ripartire da ciò che mi sta veramente a cuore.
Qualcosa ho trovato. Non dirò qualcosa di importante, perché non saprei se è così. Semplicemente qualcosa di utile alle mie difficoltà, quelle che giustificano in primo luogo la mia abitudine di riflettere e che per lo più la ostacolano. Ci sono questioni che mi scandalizzano, ossa che non smetterò di rodere. Una di queste è il significato della scienza, il suo rapporto con gli uomini che la coltivano, la inventano o la studiano. Su questa parete troppo spesso liscia ho trovato qualche nuovo appiglio — nuovo per me, naturalmente. Le idee su cui sto riflettendo da un mese non sono più insulse di quelle che ho già esposto in questo spazio, mi sembra. Così, ritornare ad esso mi sembra un'opzione buona quanto un'altra.

Se mi preoccupo tanto del significato della scienza, è perché essa mi ha messo da sempre di fronte a quello che definisco un problema luterano. Come è noto, il problema di Lutero è quello del rapporto fra Legge e Libertà. "La Legge prescrive determinate azioni e dal rispetto della Legge dipende la mia salvezza eterna. Io desidero la salvezza, rispetto e venero la Legge, non dubito che essa sia più alta della mia volontà. Eppure non capisco, in questo modo, quale sia il ruolo della mia Libertà. A che serve che io sia libero? A che serve perfino che io ami Dio, il Cristo, la Scrittura, se la sola condizione che può salvarmi, l'obbedienza alla Legge, sarebbe riempita più facilmente da un sasso mosso soltanto dalla forza di gravità, piuttosto che da un essere libero?" La soluzione che Lutero trovò — per sé e per metà della Cristianità occidentale — fu quella di subordinare la Legge alla Fede, e di vedere in questa la strada per restituire valore alla Libertà individuale.
Il mio problema è formalmente analogo a quello di Lutero, anche se infinitamente più futile. Supponiamo che le leggi della fisica costituiscano, come la fisica suppone, il livello più profondo di descrizione della realtà. In altri termini: la Verità Oggettiva. Se è così, tale V.O. è lì indipendentemente dall'esperienza che io possa fare del mondo e dall'attenzione con cui io lo osservo. Vale assai meno cercare di attraversare il mondo ad occhi aperti, percorrere le strade di una città straniera, esaminare una foglia o un affresco, piuttosto che studiare diligentemente un manuale di fisica teorica. Le immaginazioni di Blake valgono meno degli esercizi di un corso di Meccanica Razionale. Dante è inutile, perché è legato a un modello cosmologico falso.
Badate: so benissimo che nessuno nega il "carattere edificante" dell'arte, della poesia, e via dicendo. A me non importa se il docente di Meccanica Razionale, tornato a casa, prova un sincero godimento estetico rileggendo il XXXIII del Paradiso. Non mi interessa se tutti ci commuoviamo vedendo un arcobaleno luminoso sul fiume Sarawak a Kuching, nel Borneo malese. A me interessa, se mi è appena possibile, riconoscere il valore conoscitivo della mia esperienza. Mi interessa poter pensare che l'evento di cui sono testimone sia vero almeno quanto la spiegazione dell'arcobaleno che posso leggere su un newsgroup di fisica.
Mi interessa, insomma, capire se mi sto dannando la mente, quando rileggo La Chartreuse de Parme invece che studiare il libro di geometria.

E se le leggi della fisica non fossero affatto "vere"? Se non fosse affatto questo il loro compito, essere la realtà — ma fossero piuttosto alcuni dei nostri strumenti per esplorare il mondo, per vedere cose, proprio come si viaggia o si legge? E se l'idea che, quando un fisico formula una legge, stia svelando un frammento della più profonda realtà, fosse soltanto una sorta di eroica finzione, un "mito professionale", utile a giustificare giorno per giorno un accanimento che ha un senso ben diverso?
Devo ripetere la mia citazione preferita da Bateson:
    Science does not prove: it probes.
Formulo perciò questa ipotesi: le ipotesi della scienza sono sonde che indagano la realtà, come le nostre dita sulla superficie di una conchiglia, come le dita che un bambino ficca dappertutto. Perché la realtà — il mondo — è una superficie dove gli eventi sono uno accanto all'altro, l'arcobaleno e la pulsar binaria PSR 1913+16, alcuni alla portata delle nostra dita, o dei nostri occhi, altri accessibili soltanto grazie alla relatività generale. Ma la relatività generale, quella, è una delle nostre dita, non il sasso che essa sfiora.

mercoledì, 03 maggio 2006

*

Sapevo che le interruzioni sono subdole. Ed è così, infatti. Nella fessura che esse aprono, le urgenze che sembrano costituire la trama e l'ordito della vita quotidiana in una banale contemporaneità da classe medio-bassa si incuneano, mettono radici, si gonfiano e saturano le energie che avrebbero dovuto restare libere. Il tempo è volato senza che io riuscissi a mettermi seriamente alla prova, per decidere se continuare o lasciar perdere. E non me la sento ancora di ammettere che proprio questa incapacità costituisca la prova cercata.
Un mese non è bastato, qualche idea si è affacciata, come un topo di campagna in un nuovo fabbricato alla periferia della città, ed è subito corsa a nascondersi di nuovo, spaventata dalla confusione. Serve un supplemento di attesa. A presto.

mercoledì, 05 aprile 2006

Appuntamento

Le questioni da discutere ci sono. Ma non c'è, ora, l'energia per affrontarle. Il mio linguaggio si è impoverito e piegato, il filo dell'attenzione si spezza sempre con grande facilità.
La questione dell'educazione è grande e cruciale, non posso sciuparla con facili difficoltà e una sciattezza piena di fretta. Se non ho il fiato che mi serve, devo pensare a ritrovarlo.
Provo perciò ad appartarmi per un po', a prendermi più tempo, a rispettare come devo la vostra attenzione e il valore dei problemi a cui pure non smetto di pensare.
Non voglio interrompermi alla cieca, in modo ancora una volta sgraziato. Voglio prendermi comunque un impegno, e darvi un appuntamento su queste righe, a una data precisa. Tornerò a scrivere il 3 maggio prossimo, per tornare a riflettere con l'energia necessaria, o per ammettere, almeno temporaneamente, di non esserne capace.

Questo è oggi il modo migliore che io riesca a trovare per fare buon uso della vostra attenzione. Grazie.

mercoledì, 29 marzo 2006

Nuovo tentativo di arrivare a dirlo

Il rischio che più mi ripugna nella letteratura è l'arbitrarietà: l'indifferenza al valore di verità e di conoscenza delle parole che si scrivono, come se esso non contasse nulla, o come se fosse garantito da una sorta di diritto assoluto dello scrittore sul proprio testo.
Il rischio che più mi ripugna nella scienza è, simmetricamente, la fiducia cieca in una garanzia oggettiva di verità. Il Così stanno le cose. La pretesa di separe la conoscenza dall'atto della conoscenza e perfino dal piacere di quell'atto; così che, compiuto l'atto una volta, da parte di qualcuno, la registrazione di quell'atto — la legge, l'equazione, il principio, la teoria, — si identificherebbe con la verità e potrebbe essere afferrata per via di contemplazione e di ripetizione.

Ma, alla fine, chi o che cosa dice "come stanno le cose"? Qual è un esempio legittimo di affermazione vera nella scienza? La legge di gravitazione universale? Il principio della selezione naturale? L'equazione di Schrödinger? La lagrangiana delle interazioni elettrodeboli? La teoria del big bang? Ognuna di queste affermazioni è estremamente feconda e sensata; ma nessuna di esse è vera, non se la grammatica di "vero" deve restare la stessa che regge frasi del tipo: la testimonianza che io rendo è vera.
La concezione della verità come ultima parola, la concezione entropica della verità, che la intende come lo stato finale di equilibrio del pensiero in contatto col mondo; stato in cui non si serba più memoria del percorso fatto fin lì; percorso che avrebbe potuto essere diverso, senza per questo fare differenza — questa è la concezione contro la quale mi batto e mi dibatto.

Tanto la scienza quanto l'arte cercano: a. di conoscere quanta più realtà è possibile; b. di darne conto nella forma più vitale — più vivida — e più fertile possibile; c. di creare nuove parole, di estendere il proprio linguaggio, estendendo così l'orizzonte entro il quale si può fare esperienza della propria esperienza, si può accogliere un fatto nuovo e sorprendente, reggendone la luce senza ignorarla e senza restarne abbagliati.

mercoledì, 22 marzo 2006

Un libro

Giovanni Raboni, Ultimi versi, Garzanti, 2006.

Non commettete, per favore, l'errore che stavo per commettere io, incomprensibilmente, sfogliando la prima volta in libreria questo volumetto di 60 pagine, quasi per metà occupato dalla postfazione in versi di Patrizia Valduga. Le prime poesie di questa raccolta postuma mi sono sembrate in quel momento, nella loro veemenza all'indirizzo del "Cavalier Menzogna", inutili: cosa potevano dirmi che io non pensassi già? Lasciamo perdere questa mia inclinazione a diffidare proprio di ciò che troppo facilmente mi sembra valido, o fondato, o condivisibile, una sorta di snobismo iperbolico. Torniamo piuttosto al libro.
Che è invece un'opera forte e onesta: aperta dall'invettiva delle prime Canzoni e dei sei successivi Trionfi; e chiusa dai versi struggenti delle ultime poesie davvero, intense come sono soltanto gli incontri purgatoriali di Dante con gli amici che lo hanno preceduto nella morte. (Dopo Beckett, anch'io preferisco il Purgatorio; e sento che i toni eroici dell'Inferno hanno meno a che fare con la poesia che ci riguarda da vicino, di quanto accada per il "Quando fia ch'io ti riveggia?" di Forese.)

Per me il vertice del libro di Raboni è certamente nella breve, tersissima prosa sulla ultimità che lo divide in due metà disuguali. E che cerca di dire, quasi con sconcerto, una conoscenza che si va precisando; secondo la quale la morte non si accosta a noi ("la morte, come l'orizzonte, è sempre alla stessa distanza"); piuttosto, siamo noi che smettiamo di "vivere di profilo" per non vederla; e riconosciamo, se ce ne è data la fortuna, proprio nello spazio fra noi e quell'orizzonte, l'occasione di "pensare all'anima — non per salvarla: per goderne."
Lo spazio per "darci da fare con la vita", insomma, (come nella poesia di Cadenza d'inganno che resta il motto di queste mie pagine accidentali); ma, finalmente, "senza doverne rendere conto a nessuno." Non, in primo luogo, alla nostra paura. Di fronte alla quale, di fronte al diavolo, sta, anche per nostro conto, il coraggio tutto umano di queste pagine.

mercoledì, 15 marzo 2006

In fretta, senza una giustificazione

Non ho niente da dire e non ho il tempo per dirlo.
La cosa più naturale sarebbe, di conseguenza, tacere. Invece, con una evidente mancanza di stile, sottraggo un'ora ai doveri domestici e familiari — quelli scolastici si sono presi a forza il resto del tempo, e meno con la forza della costrizione che con la violenza dello spettacolo dell'adolescenza, luogo di odori acri, configurazione fragile e facile da sedurre, da deludere, da deformare, — scendo senza fiato dalla vettura in corsa della giornata, e tento di scrivere.
È legittimo il sospetto di un futile attaccamento a un residuo narcisistico, al desiderio di reclamare per me l'attenzione di persone che hanno, per quel che so, molto di meglio da fare. Contro quel sospetto non posso opporre altro che la certezza tutta soggettiva che non di questo si tratta. Vorrei, credetemi, che l'operazione della scrittura fosse efficace senza la necessità di importunare altri, senza il pericolo affatto reale di perdere ogni diritto alla stima di chi mi legge.
Se non è così, è perché la scrittura condivide qualcosa della logica paradossale del sacramento. La grazia che il rito procura è tutta interiore, nessuno può rivendicarne la dignità, essa si regge tutta sulla non testimoniabile verità del bisogno che quella grazia fa cercare, del bisogno di inghiottire qualcosa di più alto, o di passare petali di fiori nel fumo di qualcosa di più sacro.
Eppure, senza la pubblicità del rito, la grazia non si produce. Senza l'esteriorità di queste righe insulse, lo sforzo della scrittura resta inefficace, almeno su di me.
Onestamente, grazie.

mercoledì, 08 marzo 2006

Devozioni

Il tema a cui torno continuamente, quello della reciproca relazione fra i diversi momenti nella vita della mente, e in particolare fra lo studio della scienza e la frequentazione della poesia, si presta a un equivoco grave. Io procedo per accenni e allusioni; eppure, se continuo a riaprire questa pagina, in modo così affrettato e sciatto, la sola vera scusa che ho per farlo è la disciplina della lotta alla reticenza, al silenzio. Scrivere, e in pubblico, a rischio insomma di essere effettivamente letto, dovrebbe costringermi appunto a essere intero, a pensare il mio pensiero parola per parola: sottraendomi alla scappatoia della ovvia complicità con me stesso; vincolandomi a quel fondamentale controllo sperimentale del pensiero, che è l'esigenza di essere esplicito fino in fondo, di essere parola ripercorribile e leggibile, irrevocabile perfino.
Così, non potrei prendermela con nessuno, se si credesse che in qualche modo sono alla ricerca di un accordo di sostanza fra due diverse vie di accesso alla verità. In altri termini, della reciproca conferma fra due metafisiche indipendenti, quella dell'osservazione oggettiva della realtà e quella dell'introspezione soggettiva. Ma non è a questo che penso.
La mia preoccupazione è di carattere etico. Non mi interessa se le conclusioni di una teoria presentano o meno qualche analogia con le immagini di un poeta: le une e le altre sono provvisorie e utili soltanto in quanto tali, sassi in mezzo al guado su cui si mette il piede, e che nessuno penserebbe di estirpare dal fiume e portare con sé, una volta arrivato sulla riva opposta. Ogni torrente, questo è decisivo, deve badare a se stesso.
Quel che mi interessa è che, in un ambito come nell'altro come in altri ancora, la mente possa restare leale a se stessa e allo sforzo continuo di farsi libera. Se, di fronte alla cattedra della scienza, mi ostino a portare con me il nome e poco più della poesia, è per sfuggire alla tentazione della devozione, della appassionata e incondizionata genuflessione a ciò che è più alto di me. Conosco la mia debolezza. So con quanta passione vorrei cedere di fronte alla maestà della "verità", o della "bellezza". Così, combatto una passione con l'altra, uso l'una come disagio, per restare sveglio di fronte all'altra.

mercoledì, 01 marzo 2006

Simmetrie

Un amico subisce una perdita amara, che l'ordine delle cose prevede come naturale: tutti, quasi, la subiamo. La sua pena di oggi, come le sue paure, le sue attese e perfino le sue bugie dei mesi passati, sono sovrapponibili alle mie, e a quelle che conosco direttamente in altri di noi. I punti sull'orbita sono gli stessi, e sono proprio loro che fanno male, come se mai nessuno prima li avesse attraversati.
Le eclissi sono tutte uguali. L'accelerare del battito cardiaco alla totalità, quando il cielo annotta per una breve oscurità non preceduta da tramonto, è un residuo mitologico, infantile. Le effemeridi delle generazioni sono appena meno prevedibili: la nonna morente di Jorge Luis Borges appare scandalizzata, nelle pagine di El otro, del fatto che qualcuno possa essere turbato "da un fatto così comune e ricorrente." Si può perfino avere paura di non riuscire a piangere, ascoltando la notizia che per anni ciascuno di noi ha già immaginato di ricevere.
(Ma, appunto, le lacrime sono un riflesso biologico, non sanno di necessità, di ovvietà o di statistiche).

La scienza e la poesia reagiscono molto diversamente al transito di ciascuno per le coordinate del lutto. Albert Einstein, scrivendo alla vedova di Michele Besso, descrive la morte recente dell'amico, e la propria, ormai prossima, come eventi assegnati nello spazio-tempo, quadruple di numeri immobili, in attesa da sempre di essere attraversate dalla linea di universo dei mortali. (Nel linguaggio di molti testi buddhisti, lo spazio-tempo è "il regno di Yama", il re della morte; e la linea di universo di un Risvegliato non si interrompe, ma svanisce ad un tratto, improvvisamente introvabile agli occhi di uomini e dèi.)
I poeti, invece, si commuovono. Anche se sanno, come tutti, quanto sia banale il motivo di tanto turbamento. Achille e Priamo piangono insieme, ma ciascuno piange per suo conto, per Ettore l'uno, per il padre e per l'amante l'altro, e la simmetria non li avvicina. Achille, scrive Omero, "si gode i singhiozzi", e nei singhiozzi l'illusione di individualità, di eccezionalità, come se quel dolore fosse tutto suo, uguale da quello di nessun altro.

A noi resta la convinzione che né la scienza né l'arte siano oneste fino in fondo, almeno finché l'una si compiace delle regolarità, dell'oggettività delle ripetizioni prevedibili; e l'altra dell'individualità, dell'irripetibilità assunta a postulato. In fondo, entrambe sfruttano la riconoscibilità delle somiglianze. La poesia per suggerire l'illusione che il racconto riguardi proprio il lettore, a cui sembra straordinario di riconoscersi così bene negli eventi narrati. La scienza per suggerire che nulla di importante stia davvero accadendo, e per offrire una consolazione adatta a tutti.

Trattenuto dal pensiero dell'uno e dell'altro rischio, mi tengo per lo più per me la mia tristezza. Se queste parole sono scritte, è per amicizia: ed è come un gesto di amicizia che vorrei che fossero accolte.

mercoledì, 22 febbraio 2006

Abjectio (Ethica, p.III, Aff. Def., XXVIII, expl.)

I bisogni più profondi — e ognuno di essi è anche il contrassegno di una profonda possibilità che ci è necessaria, qualcosa che essenzialmente siamo capaci di fare e che appunto per questo abbiamo un enorme bisogno di fare — non arrivano a parlarci e a nutrirci se una disciplina paziente non ce ne conserva attivamente la lucidità.
Il bisogno di scrivere diventa con facilità troppo fioco, come il bisogno di pensare, e ogni altro, perfino quel bisogno di desiderare che, se si imponesse da sé con forza ed evidenza, non sarebbe oggetto della raccomandazione della madre al protagonista del Malte di Rilke:
    Ricordati di desiderare sempre.
I bisogni, non già più radicati in noi, ma che più di altri formano le nostre radici, quelli che esprimono più direttamente ciò che siamo, ciò che possiamo, sono proprio quelli che intendiamo più confusamente. Ricordando un altro brano toccante del libro di Rilke, dico che ignorarli ci fa del male, senza limiti. Eppure percepiamo con forza quel male, non il bisogno trascurato che si perverte in esso. La costrizione che ci vincola dall'esterno colpisce i nostri sensi, rende vivace la nostra immaginazione, e sembra davvero che la nostra esistenza debba diventare impossibile se non adempiamo a quella certa incombenza, simile a tante che ogni anno e mese restano insoddisfatte, e vengono semplicemente dimenticate. Il bisogno di uscire di casa, di respirare l'aria che i nostri passi muovono, ci resta invece con facilità alle spalle, diventa stantio in una parte male illuminata della nostra mente, e lo percepiamo soltanto ormai nella forma paradossale di una stanchezza infinita, dell'incapacità di muovere un passo oltre la soglia.
Quella stanchezza continua, profonda, che mi toglie il fiato e il coraggio, non è la fatica per le poche cose che davvero faccio ogni giorno, ma è lo sfinimento di non agire, di rinunciare ogni momento di nuovo a coltivare i miei bisogni, è l'intossicazione provocata dalle muffe che fioriscono sulla loro superficie troppo immobile. Così accade, ogni giorno, dello stesso bisogno di scrivere, ormai irrespirabile come polvere.

mercoledì, 15 febbraio 2006

Anticamera

La mia ricerca è come a un punto morto. La capacità di andare avanti si è come esaurita, un nervo si è sfibrato, il desiderio di esplorare, di trovare il modo di dare inizio a qualcosa, è rimasto sepolto sotto lo sforzo troppo prolungato di trattenere quel che è sempre sembrato irrinunciabile.
Devo tornare nel punto in cui la forza di vivere si è piegata. A questo forse può aiutarmi il ricopiare qui le righe che hanno preceduto di poco quel momento, subito prima di una parziale salvezza e della successiva perdita di fiato.
Perdonate la mancanza di pudore.

"Gloria è appena entrata in sala operatoria, in una mezz'ora dovrebbe essere di ritorno... Io apro questo quaderno perché non conosco modo migliore per restare attento. Non è la prima volta che paragono questa disciplina alla preghiera. Di quella le manca la postulazione, la richiesta di una grazia che con lo stesso termine preghiera si identifica spesso. Ma c'è quanto più conta, il raccoglimento, la sincerità, l'unità della vita in un gesto inutile, in cui, senza rivolgersi a un altro e più possente Io, si chiama a testimone dei propri pensieri la realtà stessa: la realtà di Dio, la realtà del linguaggio, perfino la realtà dell'amore, forte come la morte.
"Scrivendo, mi sforzo di abbandonare la cattiva abitudine di trattare i miei pensieri come cose, di cui io possa cercare il possesso. Mi sforzo di farli accadere. Non di procurare loro una qualche qualità superiore, che li renda più nobili e più degni di altri; ma di restituire loro la mobilità, la processualità che costituisce la loro effettiva sostanza. Mentre scrivo i miei pensieri esistono. Nascono e vivono nella carne di parole realmente vergate sulla carta. Parole a rischio di non esserlo. A rischio anche loro, magari coraggiose anche loro, come mi sforzo di essere io.
"Nei miei pensieri non si esprime, come un contenuto, la mia verità. La mia verità, chi io sono, sta tutta nel mio restare qui, scrivere qui, ora, con il quaderno sulle gambe, seduto in corridoio quasi vuoto, quasi bianco, sotto la luce dei neon. Io non sono le mie parole, quelle che scrivo ora, quelle che dirò a lei, quando sarà di nuovo da questa parte della porta a vetri che ora resta chiusa. Le mie parole non possono difendermi e io non posso difendere loro. Dobbiamo restare svegli, loro, io, restare attenti, come possiamo, farci trovare svegli."

mercoledì, 08 febbraio 2006

Ogni giorno

C'è una continuità vitale fra i gesti intellettuali più facili e umili e quelli più elevati e più ardui. Considerate ad esempio l'atto di rileggere una poesia già più volte compresa e amata — ma è singolare quanto spesso una penosa ritrosia e vergogna ci trattenga da un'operazione così agevole e così utile — o l'atto di provare a risolvere un piccolo problema affatto accessibile, che so, un semplice esercizio di geometria euclidea, o un sistema di due equazioni in due incognite. Chiunque può compiere uno di questi gesti ogni volta che vuole. Sarebbe bello se l'educazione scolastica servisse almeno a lasciare in ciascuno la convinzione che ciò sia possibile e non irrilevante.
Chiunque può leggere una poesia, ad esempio, di Sereni o di Raboni, o le poche pagine di un libro di geometria elementare che dimostrano un teorema sui triangoli. Di lì è possibile, poi, tentare un verso o una dimostrazione. E più in là non c'è altro che una sequenza di passi, tutti umani e concepibili, ciascuno più impegnativo e faticoso e azzardato, fino alla creazione, al gesto di mettere al mondo, di fare essere un pezzo di pensiero abbastanza nuovo e ricco da presentarsi come un pezzo di mondo, un essere con sue zampe e gambe, dotato di vita: una poesia, una congettura.
La creazione — la concezione — comporta un effettivo salto di qualità, eppure quel salto non è la negazione di una continuità, non è l'affermazione che in qualche modo il quotidiano "troppo umano" sarebbe stato trasceso, e si sarebbe trovato l'accesso a una diversa dignità dello spirito. C'è un'euforia, è vero, perfino io la conosco, ne ricordo l'esperienza in poche felici occasioni — e che possa dirlo io attesta, davvero, l'ordinarietà dell'esperienza della creazione. (Nella più bella delle sue poesie, il Lamento di Menone per Diotima, Hölderlin ha scritto appunto che
    ein goldener Tag täglich am Ende noch ist
"un giorno d'oro è alla fine pur sempre un giorno, come quelli che conosciamo ogni giorno".)
C'è quasi un'ilarità nella creazione; un gradino, passato il quale si smette di preoccuparsi di quello che si fa, e si obbedisce spontaneamente al piacere di fare. Come quando si inizia a parlare davvero una lingua straniera, senza farci più caso, una sera in un locale con amici olandesi, a ridere e a parlare d'arte. Come quando, da bambini, si impara a nuotare: e lo si fa fingendo di farlo, sguazzando nell'acqua bassa, e finalmente dimenticandosi di continuare ad avere paura.

mercoledì, 01 febbraio 2006

Over the Rainbow

L'amore per la difficoltà esprime il desiderio della mente di lasciare la casa di ciò che è familiare e di entrare nello spazio aperto dell'estraneità. In questo slancio c'è sempre anche una trascuratezza ostinatamente giovanile, che fa desiderare troppo violentemente di alzare i piedi dal suolo, per dimostrare che non si tratta di radici. Ma il peccato di esagerazione non si emenda tornando senza complimenti ad affermare il primato del consueto, del noto, del vicino, del proprio. Se accettiamo volentieri, alla fine del Wizard of Oz, che la vicenda poiché deve concludersi si concluda con il mantra di Dorothy:
    There is no place like home.
"Non c'è un posto che assomigli a casa" — e infatti è per questo che ce ne si va, per trovare un altro posto, e posti finalmente diversi, e finalmente la sensazione di non essere a casa — quel che ci commuove davvero è "la sensazione di non essere più nel Kansas", la gioia di riconoscere il fatto di non riconoscere il luogo dove ci troviamo.

Ma, appunto, quella estraneità noi la riconosciamo. La difficoltà ci riguarda. Una buona pedagogia della difficoltà e dello spaesamento deve muovere dalla consapevolezza che l'estraneità ci nutre, che di essere via-da-casa abbiamo letteralmente bisogno.
Consentire a ciascuno di fare un'esperienza della difficoltà, in cui questa si svela come lo spazio di un agire di cui non ci credevamo capaci. Permettere a un ragazzo di avvicinarsi alla lontananza senza perdersi, in modo che la sua mente si estenda, ma senza strapparsi. Preparare, nel riconoscimento dell'estraneo come qualcosa di cui sa senz'altro che farsene, l'esperienza, altrettanto liberatoria, di non riconoscere più del tutto ciò a cui credeva di appartenere.
Questo è il compito più intimo dell'educazione.

mercoledì, 25 gennaio 2006

Impollinazione

Qualche giorno fa, durante una lezione sull'interpretazione statistica del secondo principio della termodinamica, ho cercato di esporre il concetto di fluttuazione. Non so quanti di voi abbiano familiarità con questo concetto davvero notevole. Nella trattazione più semplice, dalla quale provo a non scostarmi, si immagina una scatola divisa in due metà, una contenente un certo numero di molecole di gas, l'altra vuota. Se lo si permette, in breve tempo il gas invaderà l'intera scatola finché le molecole non saranno distribuite nello spazio in modo più o meno uniforme.
Non cercherò ora di illustrare i problemi che questo processo, assai poco sorprendente, crea quando si cerca di spiegarlo in base al moto delle molecole. Mi limiterò ad accennare alla soluzione proposta da Boltzmann: nel suo moto affatto casuale, ogni molecola ha la medesima probabilità di trovarsi tanto nella metà destra quanto in quella sinistra della scatola; ma, proprio per questo, la configurazione con tutte le molecole ad esempio nella metà destra, e nessuna a sinistra, può essere realizzata in un numero di modi assai più limitato, e dunque ha una probabilità enormemente minore, rispetto alla configurazione di equilibrio, con metà molecole da una parte e metà dall'altra.
Così si spiega perché la configurazione di equilibrio, una volta raggiunta, non vari più. Le molecole di profumo non rientreranno mai nel flacone dimenticato aperto. L'aria della stanza non tornerà spontaneamente nella disposizione che aveva, quando ancora portava il suono di una voce che vorremmo udire di nuovo. Questo è uno dei modi in cui la fisica dà un significato alla parola irrevocabile.

Ma, proprio perché l'irrevocabilità della configurazione di equilibrio nasce dal carattere del tutto casuale e privo di ordine delle molecole, quella configurazione non può essere assolutamente definitiva. Invece accadrà continuamente che si producano piccole, temporanee deviazioni dall'equilibrio. Per qualche frazione di secondo, una metà della scatola conterrà un numero di molecole leggermente superiore o leggermente inferiore a quello della metà opposta. Il gas fluttuerà senza sosta intorno alla configurazione di equilibrio.
Le piccole fluttuazioni accadono spesso, hanno una probabilità elevata e sono del tutto inavvertibili. Le grandi fluttuazioni sono estremamente improbabili. Ma non impossibili, in via di principio. Ad ogni momento c'è qualche molecola d'aria in più a colpirmi sul fianco destro piuttosto che sul fianco sinistro. Ma il risultato è un vento così inimmaginabilmente leggero, che neppure Elia sull'Oreb potrebbe sentirvi la voce di Dio (1Re, 19, 9-13).
Questo, perché io ed Elia siamo estremamente pesanti. (Ma non so se il Profeta, ora, davanti alla faccia dell'Altissimo, abbia ancora una massa.) L'effetto delle fluttuazioni è però avvertibile su corpi estremamente piccoli e leggeri. Come le particelle di pulviscolo, che gli urti casualmente più violenti delle molecole d'aria in una particolare direzione fanno danzare goffamente nella luce del sole.
O come i granelli di polline che Robert Brown vide agitarsi al microscopio, sospesi in acqua, animati da un moto casuale che pure allontanava ciascuno di essi, a poco a poco, dalla posizione iniziale. È quello che oggi chiamiamo moto browniano, e costituisce la conferma sperimentale più accessibile della realtà delle fluttuazioni.

Come dicevo, qualche giorno fa avevo iniziato a descrivere il moto browniano a una classe di studenti del quinto anno. Come mi capita spesso, procedevo in senso inverso alla esposizione che ho tentato per voi, e cercavo di imitare in modo maldestro il procedere alla cieca di una scoperta inaspettata. Dunque, parlavo di Robert Brown e del polline. Volevo che fosse loro chiaro il ruolo del polline, e li ho costretti a dirmi che le particelle di polline sono particolarmente leggere. Perché?, ho chiesto. Per favorirne la dispersione da parte del vento, mi hanno detto.
Io non sono riuscito a trattenere un commento. Vedete, ho replicato, ci sono diversi tipi di genitori, su questo pianeta. Le piante non cercano a tutti i costi di tenersi i figli in casa, come fanno alcune delle vostre famiglie. Li mandano via, li lasciano andare quanto più lontano gli riesca di andare. Guai se vanno a crescergli ai piedi, soffocando nell'ombra.
A quel punto M.C., una ragazza che mi ha confidato la tensione dolorosa che allontana ciò che lei è da ciò che i suoi genitori pretendono che sia, e il desiderio fortissimo di andarsene, di scovare un corso di laurea sconosciuto e introvabile e inseguirlo in qualche altra città, — ha interrotto il silenzio in cui si rende di solito invisibile, e ha detto ad alta voce: Si vede, allora, che io sono polline.

Ho trovato struggente il gesto impulsivo con cui M.C. ha afferrato la mia facile metafora per attaccarvi la sua, e dare voce alla propria urgenza: al sogno di un personale moto browniano, che la porti non si sa verso dove, purché sia, ad ogni costo, via di qui.
Mi piacerebbe pensare di essere anch'io, un po', l'organo della necessaria esogamia della mente.

mercoledì, 18 gennaio 2006

Inutilità

Continuo a pensare che l'educazione dovrebbe essere l'oggetto di una riflessione di grande impegno e respiro, che però manca. Ci vorrebbe un vero filosofo, non uno scrittore della domenica — o del mercoledì. Non c'è dubbio che tanto l'insegnare quanto l'apprendere appartengano a ciò che noi mammiferi sappiamo spontaneamente fare prima di sapere come farlo. Sappiamo comunque che farcene, dell'educazione. Per quanto suoni paradossale, siamo adattati a diventare ciò che né siamo, né è possibile prevedere o calcolare in anticipo che saremo. Il senso di responsabilità che proviamo verso le forme immature della nostra specie, e che si nutre del desiderio e del piacere di coltivare un rapporto di dipendenza fra i nostri figli e noi, ha pure come obiettivo il raggiungimento di una condizione di autonomia e di indipendenza. Chiediamo ai nostri figli di affidarsi a noi come ci si affida al gradino sul quale si monta, e oltre il quale si procede irrevocabilmente, — smemoratamente, quasi.

Sono convinto che questa dedizione alla causa della nostra inutilità faccia parte dei processi, a compiere i quali ci dispone la nostra stessa identità biologica. Non mi sembra che questa ipotesi sia contraddetta dal fatto che le varie forme della cultura umana hanno spesso celato e deviato ad un altro senso questa inclinazione. Molti genitori trattano i loro figli come se l'esito naturale della relazione reciproca fosse un'intimità senza fine e senza eccezioni, vero principio di giustizia della condizione filiale. La scuola stessa — pure molto più avara di tenerezza — si adopera di rado perché lo studente impari ogni giorno di più a fare a meno di essa; piuttosto, sembra organizzata intorno a un'idea oggettiva e autoritaria di cultura, un'idea legislativa, secondo la quale lo studente è tanto più colto quanto più diffida di se stesso, quanto più è vincolato a cercare altrove, fuori di sé, in un serbatoio tramandato di esempi, la regola e il modello del proprio agire.

(Su questo tema il mio debito con il Cristianesimo è profondo. Mentre nell'ebraismo, come lo conosco io, è la legge a permettere la maggiore età, a permettere all'uomo di essere libero senza più guardare a Dio come alla guida e al tutore della giustizia, nei Vangeli la libertà appare come una condizione ormai guadagnata all'uomo in quanto tale, in quanto non più servo, ma figlio. L'insistenza sul tema mitologico di Gesù come "figlio di Dio" dimentica che tali siamo detti da lui tutti. Chiamati al nostro coraggio, alla nostra carità, non a una regola. Anche in questo, quella dei Vangeli è una religione del tramonto, una religione che conduce per mano al venire meno di tutte le relazioni di dipendenza religiosa, una religione del mettere al mondo, fuori da ogni religione.)

mercoledì, 11 gennaio 2006

Pedagogia in Cielo

Nella chiesa di San Paolo a Bologna, vicino al Collegio di Spagna, c'è una tela di Ludovico Carracci che la guida rossa del Touring chiama Paradiso e che omaggia di una stellina di lode. La scheda presso la cappella nella chiesa stessa dà invece al quadro il titolo di Immacolata Concezione della Vergine in Paradiso.
Nel quadro una ricca orchestra di angeli disegna una prospettiva centrale che converge in una figurina diafana femminile, circondata da un alone vagamente luminoso. Evidentemente, quella figura rappresenta l'anima di Maria, futura madre di Gesù detto il Cristo, destinata a essere concepita immacolata dal peccato originale e, per questo, già pienamente formata in Cielo. L'immagine spinge a credere che, come ogni donna nasce con già tutte le uova che nella sua vita fertile matureranno una per volta, la bambina del dipinto porti già, nel suo ovaio immacolato, l'unico Oocita che mai le servirà, quello che dovrà schiudersi al calore dello Spirito Santo, mentre ancora l'arcangelo le fa ombra con le magnifiche ali che Simone Martini decorerà con piume più superbe di quelle di un pavone.
È raro che il soggetto di una tela susciti in me tanta antipatia, come fa per questa, elegante, di Ludovico. So che la buona educazione, in materia di gusto artistico, prescrive che non si presti alcuna attenzione al contenuto di un'opera d'arte, per occuparsi soltanto degli aspetti formali. Purtroppo, a me questo riesce impossibile. Per me, l'interesse di un'opera, e in particolare di un'opera sacra, sta soprattutto nel modo in cui il soggetto viene trattato, o addirittura nella scelta di raffigurare un episodio particolarmente insolito e poco rappresentato della storia sacra, della leggenda aurea, del dogma.
Non conosco altre rappresentazioni di questo soggetto, perciò non posso confrontare la composizione di Ludovico con quella di altri artisti. Ma questo non ha molta importanza. La mia antipatia nasce dall'idea di personalità e di purezza spirituale che l'opera incarna. Come ideale di purezza, Maria deve essere già completa in Cielo, prima di prendere posto nel grembo di Anna. Non ha bisogno del mondo. Nulla in lei è destinato a diventare. La Maria del dogma è un tubo di eternità che attraversa il mondo senza nulla scambiare con esso, fra il giunto a tenuta della Immacolata Concezione e quello analogo dell'Assunzione. Il mondo la vede passare, ma non la tocca: non la sporca, non le dà sorpresa né gioia alcuna.

Ciò che mi respinge, insomma, in questo trattato di teologia figurativa, è un'idea della crescita, del divenire degli esseri umani, in definitiva un'idea di educazione. La quale sarebbe, in perfetto accordo con la dottrina del peccato originale, un male necessario, il tentativo di raddrizzare, con mezzi fin troppo mondani, un legno storto perché fatto di mondo, proveniente dal mondo, insomma, umano.
Io, diversamente dalla Vergine disincarnata dell'opera di Ludovico, — ma non diversamente, ne sono convinto, dalla Maria galilea che ha partorito fra le feci e l'urina un uomo la cui voce ancora mi addita e mi tocca — sono ciò che il mondo ha fatto di me. Sono diventato; e sarei potuto diventare diverso, ogni accidente della mia vita mi ha determinato in un modo che non ha nulla di necessario e tutto di decisivo. Sono quello che ha fatto di me l'aria calda e umida avvertita arrivando a Bangkok per la prima volta. Sono un grumo di contingenza, rappresa ma ancora umida. Sono impastato di mondo e per questo posso sperare di mettere in esso un po' della mia sostanza, lievito uvetta o crusca, sia come può essere.
Alla Vergine del dogma i maestri, se ne ha avuti, non avevano certamente nulla da insegnare. Questo, nella ideologia di Ludovico o dei suoi committenti, la rende più nobile, più pura, pienamente santa.
Per mio conto, sono felice che i miei studenti non siano altrettanto puri. Questo li rende fertili. Ciò che io metto in loro, ciò che loro mettono in me, cade in un terreno composito e sporco, per germogliare forse in gioia, certamente in un po' di inizio e di futura sorpresa.

mercoledì, 04 gennaio 2006

Buon anno

Se riuscite a sorridere della futilità dell'occasione, un conteggio che inizia daccapo in un punto particolarmente insulso del moto di rivoluzione della Terra, per di più con l'incertezza di un secondo sovrannumerario che non so quando intercalare, come farne buon uso, — se potete, il mio augurio per tutti noi è di riuscire a non avere paura.
Cercando il gesto misurato e la parola giusta, spero di sfuggire alla vischiosità di quel che sono stato e di quel che ho fatto. Un'immagine pietrificata di ciò che il mondo sarebbe, un'immagine pietrificata di ciò che potrei essere: in mezzo a queste due mura respiro via via più a fatica. Possa io svegliarmi sempre dal brutto sogno che il mondo sia già vissuto, che la mia vita sia numerabile, contata.
Auguro a me e a tutti voi di non avere paura che ciò a cui diamo inizio abbia poi bisogno delle nostre cure ininterrotte per stare al mondo. Auguro di dare inizio ad esistenze capaci, non di "stare al mondo da sole", perché questo nessuno lo può, ma di avere bisogno da sole, di cercare da sé il necessario, di trovare un po' di bene dovunque capiti e, se capita che sia dove noi mai ce lo saremmo aspettato, tanto meglio. Auguro, in altri termini, di mettere al mondo: di dare inizio a forme di vita.
Liberaci dall'angustia, e così sia.

mercoledì, 28 dicembre 2005

Della pedagogia

Le questioni che mi pongo sono, in definitiva, tutte questioni pedagogiche. Quanto alla pedagogia stessa, posso definirla soltanto attraverso uno scambio di battute riferitomi da mia madre. Non ricordo più in quale occasione, lei ha chiesto a mio padre se pensava che lei e lui, insieme, avessero educato bene i miei fratelli e me. Mio padre — conoscendo mia madre posso immaginare quanto la replica debba averla subito irritata, per poi restare nelle sue orecchie a lungo, in un misto di rabbia e di ammirazione — mio padre ha risposto: Noi non li abbiamo educati, li abbiamo soltanto aiutati a crescere.

Io stesso, poi, mi sono dovuto aiutare a crescere. Non riesco a smettere, in realtà. Faccio per lo più della pedagogia su me stesso, quando mi affanno alla ricerca di qualche elemento di comprensione, quando mi sforzo di capire che cosa io possa farmene, del mondo, della poesia, della scienza. Non: Che cosa siano; ma: come mi possano aiutare a crescere, come possa crescere verso di loro, come le piante verso il sole.
E, naturalmente, vorrei capire come io possa aiutare a crescere i miei studenti. Come io possa aprire loro delle difficoltà alla maniera di strade o di finestre. Per farli uscire dal guscio di facilità e di familiarità nel quale rischiano, come tutti, di rimanere soffocati.

Ed è proprio quella della difficoltà la questione più pedagogica di tutte. Come posso voltare la faccia degli studenti verso la difficoltà, mi chiedo. Come posso additargliela. Perché certamente non voglio farne un compito, un dovere, un ideale a cui sottomettersi. Non voglio mettere accanto alle loro menti, e soprattutto alla mente dei più generosi, dei meno paurosi fra loro, il tutore di una devozione.
"Perché dovrei occuparmi di qualcosa di difficile?" Perché altrimenti non scoprirai mai ciò che puoi fare. E che non posso essere io a rivelarti. Perché non la conosco, quella possibilità, non posso conoscerla se non attraverso di te, i tuoi tentativi, il tuo cercare e smarrirti e patire.
Ed è per questo che non posso dire di darti un'educazione. Mi limito ad aiutarti a crescere.

mercoledì, 21 dicembre 2005

Tentativo di formare un pensiero

Più cerco di comprendere la grande divisione, quella che separa nella nostra cultura la "poesia" e la "scienza", più mi sembra che le differenze davvero importanti corrano all'interno di ciascun campo, segnando meno il confine di incomprensibili inimicizie, quanto l'articolazione, la ricchezza di ciascuna delle facce della verità, l'impossibilità di proiettarla fedelmente su una superficie piatta.
Vi sono direzioni — chiamatele questioni, se volete, o possibilità, o coordinate fra loro ortogonali come latitudine e longitudine — lungo le quali tanto la scienza quanto la poesia gettano un'ombra non nulla, che non le riassume interamente, ma che esprime una parte essenziale del senso che l'una e l'altra hanno per noi.

Una direzione è quella del linguaggio. Questa è la dimensione lungo la quale cresce la nostra capacità di dire, le parole e le immagini di cui disponiamo o che spesso dispongono di noi, ci dispongono a loro piacere in uno spazio di possibilità che soltanto in minima parte coincide con il nostro passato o futuro, con i nostri desideri e le nostre paure.
In questa direzione, su questa retta, la scienza e la poesia non occupano due intervalli esterni e disgiunti. La passione per la creazione di immagini non appartiene all'una a discapito dell'altra. Quando Celan ci mette davanti agli occhi una rete che, gettata in un fiume, viene appesantita non da pietre, ma dalle ombre, che le pietre scrivono, la sua immensa sete di onestà e di esattezza non gli impedisce di nutrire il suo e il nostro bisogno di ampliare ciò che sappiamo dire, ciò che riusciamo a pensare. Celan crea la possibilità di un senso, il posto accogliente per un senso possibile, e ci impone il compito di trovare quel senso nel modo più fedele e meno compiaciuto che si possa.
A me non sembra che Feynman faccia qualcosa di diverso, quando crea l'immagine di un elettrone che va da un episodio all'altro della propria inimmaginabile avventura di elettrone, non lungo la strada più breve, non lungo la più sorprendente, ma lungo tutte le strade possibili. Feynman tende senza scrupoli il linguaggio che lui e noi abbiamo, e mostra che esso non si strappa affatto, e che la possibilità del senso sembra crescerci sotto le dita, come in aritmetica, dove nuovi numeri dai nomi calunniosi — irrazionali, immaginari — vengono al mondo sotto il nostro interminabile bisogno di dire.

Se il desiderio di estendere il linguaggio, come uno sguardo, sempre più lontano, nutre e spinge la poesia come la scienza, e lo fa senza svuotarle, senza trasformarle in congegni combinatori che guardano senza vedere più nulla, è proprio perché questa non è la loro sola dimensione, il solo asse coordinato sufficiente a descriverle. Nell'una come nell'altra soffia anche una passione di onestà. Si esprime con forza il bisogno, non di restare fedeli, ma di diventare sempre più fedeli all'esperienza delle cose, all'irrevocabilità anche del fatto più segreto.
È come se vigesse una sola, semplice regola: possiamo dire qualunque cosa, purché sia la verità.
Quando spezziamo il guscio delle visioni del mondo, lo schermo del presunto sapere che ci nasconde la realtà delle cose, l'angustia di una ragione che serve soltanto a darci ragione, possiamo pensare tutto, possiamo finalmente pensare tutto.
Secondo una parola che mi è molto cara:
    La verità ci renderà liberi.
E di tutto questo dovremo parlare ancora a lungo, spero meglio, finalmente con un po' di chiarezza.

mercoledì, 14 dicembre 2005

Regole

G.B., di fronte a un esercizio di algebra elementare, che la classe dovrebbe risolvere rispettando con cura la sintassi formale, e che quasi tutti hanno affrontato "indovinando" il risultato, mi chiede perché io chieda loro di procedere in un modo tanto "contorto".
Devo ringraziare questa ragazzina sveglia e impaziente, ha evocato con precisione il solo senso che io possa onestamente trovare per il mio lavoro, per lo sforzo quotidiano di guidarli alla scoperta di idee a cui forse non riusciranno più a ricorrere per il resto della loro vita.
Il mio compito è di mostrare loro — confusamente, faticosamente, — l'importanza decisiva della vuota forma: la differenza fra un pensiero o una scrittura arbitrari e confusi, e un pensiero e una scrittura arbitrari e precisi, capaci di fedeltà, capaci di onestà fino al virtuosismo di svelare il proprio stesso errore.
Non so come spiegarlo a G.B., non ancora, a lei devo chiedere di fidarsi, e sperare che arrivi presto l'occasione in cui, senza le dita della regola astratta che tastano nel buio, gli occhi dell'intuizione saranno ciechi a vedere un senso e una via di uscita. Sperare che venga presto il momento in cui vedrà con le regole, e sarà come se avesse occhi sulle punte delle dita. Ma proprio di questo si tratta. Imparare a sentire la regola, di cui va sempre sottolineata l'astrattezza, la contingenza storica, la capacità di assegnare senso a ciò che non ne aveva alcuno, — imparare a sentirla come un prolungamento di sé. Come un sovrappiù di fiato. Come la costrizione assurda delle terzine concatenate, senza la quale Dante non avrebbe mai scritto la Commedia.

Ecco, 2 alla terza vuol dire "un prodotto di tre fattori, tutti uguali a due". Ma allora, come può avere senso la frase 2 alla meno 3? Come posso contare meno tre fattori? Appunto, quella frase non ha senso. Eppure, è come se ne avesse la promessa. Perché con quella frase senza senso io posso fare i conti, anche se propriamente parlando non so cosa sto facendo. Posso restare fedele alle regole, e insieme prolungarle. Fino ad accorgermi che quelle regole dicono che
   due alla terza per due alla meno tre fa uno
permettendomi così di inventare un po' di nuovo senso: una parola nuova, che altri potranno capire e usare.
Ed è un po' come dire, ma non so davvero come dirlo, che per un poeta autentico non esiste un verso libero.

mercoledì, 07 dicembre 2005

Senza fiato

In questi giorni il lavoro mi procura una stanchezza estrema, nella quale galleggio in equilibrio indifferente, restando inerte su quella particolare quota fra veglia e sonno alla quale il caso mi deposita.
Poiché il mio lavoro mi piace, e poiché lo ritengo un compito da mammifero, che sarà ancora necessario in tempi molto migliori o molto peggiori di questi, mi chiedo spesso perché consumi così penosamente la mia vita, ciò di cui vivo.
Se il mio lavoro è giusto, perché non mi nutre?

Ciò che mi logora, nel lavoro, è la sua interminabilità, l'infinito che gli è proprio e che è perfino banale chiamare, con un celebre passo di Hegel, cattivo.
Nessuna, o quasi nessuna, delle azioni che "compio" mentre lavoro si lascia davvero compiere da me; quasi nessuna inizia si svolge e si conclude nell'intervallo di tempo e di energie che sarebbe alla misura del mio fiato: qualche ora o qualche giorno, brevi fitte di lucidità separate da ampie pause di pazienza, di diligenza. Ognuno dei "compiti" che nel lavoro mi sono assegnati mi si presenta come il "compito infinito" che Husserl riconosce per la filosofia: degno di immortalità e incapace di divenire, minacciosamente illimitato, instancabile come la mia ombra.
Penso a un aforisma di Chuang-zu (II, III, 19), in cui si parla appunto del compito infinito, molto prima di Husserl:
    La mia vita ha limite, mentre la conoscenza non ha limite.
    È pericolo perseguire ciò che non ha limite con ciò che ha
    limite. Chi si dedica alla conoscenza non fa che mettersi
    nei pericoli.

Di tanto in tanto, senza preavviso, un gesto banale mi restituisce il sapore di un filo di libertà. (In francese si potrebbe dire un brin de liberté, come si direbbe di un filo d'erba. André du Bouchet scrive appunto: quelques brins d'air, "pochi sottili steli d'aria".)
Talvolta basta compiere un piccolo gesto quotidiano, di quelli che iniziano e si concludono in un solo gesto della mano, e sembrano rimettere a posto le cose, asciugare la patina di affanno sul vetro del mondo, che subito dopo si riforma. Ma per un istante, certamente reale, si prova quella che si potrebbe chiamare una esperienza di speranza involontaria.
Per qualche secondo, allora, respiro un po' di aria fresca, e torno a credere che la mia esistenza possa essere restituita a se stessa: alla sua finitezza, al suo bisogno di nutrirsi di ogni sorta di cose, alla misura dei suoi intenti e delle sue forze e dei suoi sentimenti, che durano quanto il suo fiato e non possono soffiare, meccanicamente, indefinitamente, al di là di esso.

mercoledì, 30 novembre 2005

Necessità

Ci sono pensieri-radice, pensieri-cuore, pensieri pensanti e pesanti, cardini intorno ai quali la mente ruota come intorno al proprio asse, non intorno al chiodo a cui sembra appesa la sua esistenza immediata.
Non si tratta necessariamente di pensieri profondi, ma di pensieri insediati in profondità e che restano con noi a lungo, talvolta ronzano inavvertiti, per lunghi intervalli rimangono silenziosi. In quegli intervalli, come ora, non ho la forza di portarli alla parola. L'immagine dell'obbligo che mi attende domani, della scadenza al cui cospetto cammino eternamente in ritardo, mi appaiono molto più vivide, sembra che in esse "ne vada della mia vita" in maniera ben più decisiva di quanto valga per la mia capacità di pensare pensieri che, in fondo, ho già pensato tante volte.
Ma è proprio per questo che è così importante riuscirci di nuovo. Intorno a quei pensieri gira e fa presa la relazione della mia mente con il mondo. Li ho pensati tante volte, e ogni volta ho rischiato di renderli una volta per tutte frusti, vuoti, impotenti. Riuscire a pensarli di nuovo, a pensarli come nuovi, come se proprio adesso iniziassi a pensarli e con loro iniziassi a pensare, è la condizione necessaria perché in quei pensieri io riesca a pensare la mia vita come qualcosa che può ancora conoscere un inizio — di tanto in tanto, un semplice quotidiano inizio, la piantina che spunta dalla terra di una ciotola, la parola giusta di cui non mi credevo più capace.

mercoledì, 23 novembre 2005

Vacuità

Ho bisogno di vuoto.
Il vuoto che il bisogno mi spinge a pensare è un'idea che mi sfugge. Una delle forme del vuoto è senz'altro quella dello spazio sgombro, in cui la volontà di progettare e di realizzare, la volontà di volere, può seguire la propria natura gassosa ed espandersi senza limiti. Ma il "vuoto" di cui parlo allora non ha né consistenza né durata. La volontà lo riempie appunto fin dal primo istante, lo trasforma in sé e lo annette a sé, così che subito dopo ha di nuovo di fronte un pieno, e si muove a fatica nella sua propria vischiosità.
Il mondo in cui cerco di muovermi è saturato dalla mia volontà: da ciò che essa non riesce a smettere di volere.
Il vuoto di cui ho bisogno è invece un vuoto ospitale ma non servile. Un vuoto che resta vuoto. Resta distinto da me, mi accoglie e mi limita, mi tiene a bada, come la grande città straniera che accetta tutti e non risparmia nessuno, come il mare con le sue correnti nascoste, come una distesa di campi senza indicazioni di strade.

In un libro di François Cheng, raccolto in libreria senza sapere nulla dell'autore, attirato soltanto dall'immagine di un poeta cinese che scrive in lingua francese, trovo qualche immagine che mi riguarda:
   Le centre est là
   D'où jaillit
         le souffle rythmique
   En vivifiante vacuité
"È dal centro che/Trabocca/il ritmo del respiro/Nella sua fertile vacuità". E alla pagina seguente:
   Ne laisse en ce lieu, passant
   Ni les trésors de ton corps
   Ni les dons de ton esprit
   Mais quelques traces de pas

   Afin qu'un jour le vent fort
   À ton rythme s'initie
   À ton silence à ton cri
   Et fixe enfin ton chemin
"Passando di qua non lasciare/Né i tesori del corpo né le cose/ Che volentieri dona la tua mente/Ma poche orme di passi// Perché la violenza del vento finalmente/Faccia l'abitudine al tuo ritmo/Non fugga il tuo silenzio né il tuo grido/ E scavi in aria ferma un giorno il tuo cammino".

Devo meditare ancora questa intuizione: è il ritmo la forma solida che preserva il vuoto dal pieno, conserva il vuoto nel tempo, lo trasmette a giorni che potrebbero averne bisogno. Come questi.